Angelo della gravità (un'eresia)
monodramma di Massimo Sgorbani
(Premio Speciale della Giuria Premio Riccione per il Teatro 2001)
regia

Benedetta Frigerio

con
Franco Branciaroli
scene e costumi
Gabriella Campagna
creazione sonora
Stephane Oertli
in collaborazione con
Jean Christophe Potvin
foto:
Francesca Pagliai
debutto:
Asti, ex chiesa San Giuseppe -
23 giugno 2004

Angelo della gravità è un testo nato in seguito alla lettura di una notizia riportata anni fa dai giornali: negli Stati Uniti, un detenuto nel braccio della morte era in attesa che la sua condanna venisse eseguita tramite impiccagione. L'esecuzione, però, era stata sospesa perché il condannato in questione era grasso al punto che il suo peso avrebbe spezzato la corda del boia.
Da qui l'idea di mettere in forma di monologo un fatto che, accostando in modo così bizzarro tragedia e paradosso comico, travalicava da solo la realtà e si poneva nella dimensione del verosimile.
Il fatto di cronaca originario è rimasto un semplice spunto.

Angelo della gravità non è la storia di quell'obeso, ma di un obeso, un uomo con evidenti problemi di disordine alimentare e di immaturità psicologica, un animo infantile intrappolato in un corpo cresciuto a dismisura.
La sua sola consolazione è il cibo. Il cibo, un tempo ricevuto dalla madre, è il solo, più alto dono d'amore che lui conosca. E proprio inseguendo il cibo l'uomo approda nel paese da favola dove i supermercati sono aperti a tutte le ore e i panini sono come quelli dei fumetti: gli Stati Uniti. Qui, in terra straniera, consuma l'efferato ma candido delitto per il quale viene condannato all'impiccagione.
Il monologo è il resoconto che l'uomo fa delle sue vicende mentre attende di essere appeso alla corda del boia.
"Angelo della gravità", però, è soprattutto la storia di un'eresia. Eresia paradossale, figlia di una cultura essenzialmente laica e materialista, nella quale lo slancio religioso è sempre mischiato a elementi profani. Eresia di un'epoca in cui il consumo stesso è diventato la più diffusa delle religioni.
Nel corso del monologo, il condannato a morte costruisce la sua personale visione del mondo, la sua cosmogonia, e lo fa utilizzando i soli elementi di cui dispone: cresciuto nel culto delle merci e della televisione, disegna una delirante concezione dell'ordine universale e morale nella quale la pornografia coincide con l'agape e l'indigestione con l'eucaristia. Forte di questa fede, l'obeso approda alla visione celeste degli "angeli della gravità" che grazie alle loro ali vincono il peso della materia e si elevano verso Dio. Nella certezza di entrare a far parte della schiera di questi angeli, il condannato affronta con serenità la sua morte imminente e si consegna a una paradossale ma autentica santità.

UNA COSA CHE NON HO SCRITTO E UNA CHE INVECE SÌ
Una cosa che mi sarebbe piaciuto scrivere ma che alla fine non ho mai scritto è una roba di teatro tratta dal racconto di Kafka "Poseidone". Il Poseidone di Kafka è una specie di burocrate che si occupa dell'amministrazione delle acque ma che con le acque ormai non ha più niente a che fare, Poseidone ha a che fare solo con i dati sulle acque, Poseidone ha a che fare con le notizie sulle acque ma lui, il burocrate, non nuota più ed è sempre asciuttissimo. Avessi mai scritto sta roba tratta dal racconto di Kafka, io Poseidone l'avrei piazzato in una specie di ufficio con la sabbia per terra, un ufficio pieno di cose tipo un juke box, sedie sdraio, ombrelloni, cartelli di metallo coi gelati Algida e Sammontana, un poster (un po' strappato ma dai colori smaglianti) della bambina Coppertone, e lui, Poseidone, l'avrei vestito con un costume da bagno anni 20, con le pinne ai piedi, e l'avrei scritto come un dipsomane che non placa mai la sete che c'ha dentro, avrei fatto un Poseidone idrocefalo che si abbronza alla luce dei neon, un Poseidone che urla i frammenti di canzone che gli esplodono nella testa, che urla la maschera le pinne e gli occhiali che gli esplodono nella testa, sei diventata nera come il carbon che gli esplode nella testa, il sapore di sale che gli esplode nella testa idrocefala.
Per me quello di Poseidone sarebbe stato un mondo in cui all'esperienza del vissuto è subentrata una volta per tutte l'esperienza dell'informazione, e in cui le cose, sommerse dal proliferare delle loro rappresentazioni, sono sprofondate in un passato inattingibile. In questo mondo, a furia di sbronzarsi e gridare stessa spiaggia stesso mare, Poseidone si sarebbe imbattuto con la cosa che non si lascia ridurre a rappresentazione, l'unica che si dà sempre come vissuto immanente: la solitudine e l'evidenza del proprio corpo. Al netto di tutte le epochè e le riduzioni possibili, Poseidone si sarebbe scoperto come un corpo pieno d'acqua.
Sta faccenda della corporeità non è mica farina del mio sacco, il sacco è (più o meno) quello di Merleau Ponty, però è un'idea che mi piace perché radica il pensiero là dove istintivamente non ci verrebbe in mente di trovarlo, cioè nel corpo, nella res extensa, altro che nel cogito! E poi è un'idea che mi fa venire in mente un sacco di altre cose, tipo che la coerenza logica (o la razionalità, se vogliamo) forse è solo il riflesso della percezione del nostro corpo come un'unità coerente, e questo mi fa anche pensare a quale sia la coerenza che percepisce Stephen Hawking, e se è un caso che proprio lui comprenda così bene l'universo, o se invece è il suo corpo a essere in sintonia con gli spasmi e le contrazioni del cosmo. Poi, già che ci sono, mi fa venire anche in mente un Dio infinitamente idiota nella sua incorporeità, e anche le esperienze estatiche delle mistiche che nella comprensione di Dio sentono spezzarsi le giunture del loro corpo, e anche la Santa Angela da Foligno che vede "la cosa inenarrabile", perché insieme alle giunture del corpo si spezzano, evidentemente, anche quelle del racconto.
E poi, ultimissima cosa, mi fa venire in mente i film porno.
Per me la pornografia è una rappresentazione del tutto paradossale dell'atto sessuale, perché chi guarda un film porno vede cose che non potrà mai vedere mentre scopa. Quel punto di vista esiste solo nell'occhio dello spettatore o, meglio ancora, nell'occhio dello spettatore di un film porno, ma non ha niente a che fare con quello della scopata vissuta.

Per cui tra la pornografia e il sesso praticato io ci vedo più o meno la stessa distanza tra Poseidone amministratore delle acque e Poseidone dio delle acque. Poseidone dio non "vede" l'acqua, Poseidone dio c'è immerso, nell'acqua, per lui l'acqua è il fresco, il freddo, è l'attrito che si oppone alle sue bracciate, il pericolo di annegare, se vogliamo, ma mai spettacolo dell'acqua. Allo stesso modo per chi scopa il sesso è piacere, un odore, un sapore, un dettaglio di occhi e capelli, ma mai spettacolo della propria scopata.
Che poi, a pensarci su un attimo, sto benedetto spettacolo che cosa rappresenta davvero? Una scopata? Una serie di scopate? O qualcos'altro ancora?
Gli sporcaccioni sanno bene che uno dei momenti topici del film porno è quello del pompino, perché nel pompino si offre il massimo della visibilità, eiaculazione compresa che, non a caso, avviene rigorosamente in faccia alla donna. Sempre gli sporcaccioni avranno notato che spesso lo spompinato scosta i capelli della pompinara e glieli raccoglie verso la nuca per evitare che "impallino" il pompino medesimo, che ne schermino la visibilità. Questo gesto, compiuto del tutto a favore della telecamera e del pubblico a casa, fa letteralmente a pugni con l'aura di crudo realismo del film porno, e lo catapulta in una finzione che più finta non si può, tanto che a uscirne violato è il tabù che vieta categoricamente all'attore di "guardare in camera". Oppure no. Oppure quel gesto, proprio perché svela la presenza della telecamera e l'interazione tra attore e obiettivo, produce un iperrealismo che, a ben vedere, è la sola forma di realismo possibile in fatto di cinematografia.
In tutt'e due i casi, in che rapporto sta quel pompino rispetto al pompino vissuto nel quale i capelli all'amica non li scosta proprio nessuno? Cosa stiamo vedendo mentre ci spariamo il nostro bel film porno? La realtà filmata o un suo "doppio"? Il nostro mondo o una sorta di mondo parallelo in cui la sintassi dei gesti è solo apparentemente uguale alla nostra?
Immaginatevi un futuro lontano e possibile, dove uomini sovrainformati e che hanno come paradigma del rapporto sessuale la sua rappresentazione pornografica trovano del tutto naturale scostare i capelli della loro amichetta nel bel mezzo di un incontro amoroso, perché ci ha pensato la filogenesi a radicare in loro questo gesto fino a renderlo istintivo. Di questo gesto, parte di una nuova grammatica degli affetti, gli uomini mica si chiedono ragione, lo usano e stop. In più, sempre in questo futuro possibile, la macchina da presa non esiste più da un pezzo, e manco ne è rimasta memoria, per cui il senso originario dell'amorevole scostare i capelli (e, perché no, dell'intera grammatica affettiva) sfugge del tutto agli uomini in questione. Nei loro nuovissimi concetti di oscenità, venire in faccia all'amica viene considerata una cosa del tutto conveniente, mentre ad esser vietati sono gli atti che non appartengono alla dimensione della "visibilità". Di tutto questo, però, nessuno degli uomini sa darsi uno straccio di spiegazione, avendo smarrito la memoria dell'ancestrale "occhio di telecamera". I poveracci vivono inconsapevoli una robotizzazione di massa realizzata non attraverso la coazione dei comportamenti (alla "Metropolis", tanto per intenderci), ma insufflata tramite la manipolazione delle autorappresentazioni.
Futuribili o meno, a me questi uomini fanno gran tristezza e senso di solitudine, e non perché siano davvero soli, non necessariamente, ma perché abitano un mondo estraneo, inospitale, lo stesso che il protagonista di "Angelo della gravità" chiama "mondo cattivo e merdoso" e che tenta disperatamente di bonificare, di farsi amico. Di viverci, in sto di mondo, oltre che fargli da spettatore. Un po' come il Poseidone che non ho scritto, l'angelo che ho invece scritto si scopre come corpo pieno e tenta di ridisegnare un universo sensato e abitabile. Nel suo ostinato tentativo di accasarsi ovunque, nelle cose, nei luoghi, negli affetti, nel sesso, nella religione, questo simpatico ciccione si rivela l'ultimo praticante sulla faccia della terra, ansioso di esperire tutto, anche Dio, richiamandolo alla tanto ventilata somiglianza con l'uomo. "Comunicasse l'uomo con Dio come ciascuno con un compagno!", strilla il nostro come Giobbe.
Credo quindi che il suo reato, prima ancora che contro il codice penale, sia un reato di pensiero. Per questo la sua è un'eresia. Mescolare l'immanente con il trascendente, il vissuto con il rappresentato gli è proibito, più o meno come in alcune religioni è proibito mescolare certi generi alimentari. Solo che a lui sta proibizione gli sta stretta, e mica perché è grasso, no, ma perché è un libero pensatore.
È il suo po' po' di razionalità a fargli schizzare l'ago della bilancia verso i duecento chili. Due quintali di cogito, fieri della loro monumentalità sconveniente.
(Massimo Sgorbani)

NOTE DI REGIA
Dicono che la società tenda ormai a trasformarsi da una società di consumation a una società di consolation e che il trend produttivo dei prossimi anni sarà caratterizzato da materiali accoglienti, morbidi per evitare gli urti, e per difendersi dalle aggressioni esterne.
Alcuni studi biografici hanno mostrato che in un individuo mediocre, di per se privo di rilievo e proprio per questo rappresentativo, si possono scrutare come in un microcosmo le caratteristiche di un intero strato sociale in un determinato periodo storico.
Organico è la parola chiave.
La forma dello spettacolo è la ricerca di una materia organica originaria che oscilla tra la costruzione di un ambiente spaziale e sonoro "corporeo" e una recitazione primitiva, profonda, arcaica in cui il corpo e la voce dell'attore siano materia narrativa anche in una dimensione tecnologicamente contaminata.
La cella-cellula è un luogo da cui non si può evadere e nel quale non è permesso vivere una propria intimità, essendo esposti allo sguardo di chi è fuori. Con riferimento al significato biologico della parola, lo spazio che ho pensato è una struttura in cui ogni tipo di emozione è isolato e confinato all'interno di un mondo a sé stante. Morbide mura proteggono e imprigionano, come una seconda pelle e ispirano un gioco di ricordi cancellati dal tempo, rimozioni che si accavallano e si distendono.

ADAM W. ASSAPORA LE NOTIZIE
Adam soffre di sinestesia. A causa di un'anomalia neurologica che confonde le sue percezioni sensoriali, può gustare le parole, odorare le forme e toccare i suoni. Tutte le sere Adam si siede, accende la tv e digerisce il telegiornale. Nel vero senso della parola. Lo stacco musicale all'inizio del programma gli stimola l'appetito. Le notizie di catastrofi hanno sempre un sapore cattivo. E non finisce qui. Mentre ascolta la radio, legge il giornale o cammina per la strada, i sensi di Adam vengono continuamente bombardati da nuove informazioni e per lui è un problema persino comprare del cibo vero. Quando acquista una scatola di fagioli a basso contenuto di grassi, decaffeinati, condensati, al gusto di cioccolato, a lunga conservazione e senza coloranti artificiali, per prima cosa ne ricava una ricetta, una citazione famosa, l'immagine di una persona bellissima, un numero verde. Poi, anche un po' di nutrimento. Tutte le informazioni a cui Adam è esposto (riceve 3.000 messaggi pubblicitari al giorno) sono come alimenti serviti su un piatto. E alla fine della giornata ha la nausea perché ha mangiato troppo.
Adam sta male perché vive in una società che non sa più quali sono le proprie necessità. Diciamo che siamo affamati (di cibo o di conoscenza) anche se non abbiamo veramente bisogno di mangiare. Quando cominciamo non riusciamo più a smettere. Crediamo che ANCORA! sia la risposta a tutto: se il traffico diventa insostenibile, costruiamo altre strade; se le città sono pericolose, aumentiamo il numero dei poliziotti. E se la gente ha fame apriamo nuovi supermercati. Il problema è che consumo e progresso non sono la stessa cosa. Un pendolare che si ritrova su un'autostrada a sei corsie di Los Angeles all'ora di punta non va più veloce di un carretto trainato da un cavallo.
Comprare un nuovo televisore non rende più felici: le ricerche dimostrano che gli abitanti delle società consumistiche non sono più contenti di quelli dei paesi poveri. Il numero di persone sovrappeso è talmente alto che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito l'obesità una vera e propria epidemia. In Italia, i casi di anoressia e bulimia sono aumentati del 50 nell'arco di appena 10 anni. Grassi e magri sono entrambi sintomi di uno stesso problema: non ce la facciamo più a digerire tutto. Lo stesso vale per l'informazione. Chi legge una rivista, assorbe più notizie di quanto potesse fare, in un'intera vita, l'inglese medio nel XVII secolo. Ma tra 24 ore, ne avrà già dimenticato l'80%. Adam, comunque, continuerà ad avere la nausea.
(Benedetta Frigerio)


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