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lo scontro tra grandi forze eticamente connotate (l’odio e l’amore, la vita e la morte, il giusto e l’ingiusto, l’illusione e la delusione, la speranza e disperazione) e soprattutto la presenza di un fato presciente in grado di vanificare ogni conato umano alla libertà e alla autodeterminazione, ci parla di un mondo in cui anche accanto all’orrore, all’assurdità, al tormento c’è qualcosa che assomiglia alla felicità.
“Fratello Clandestino” ci racconta che la tragica storia di questi ragazzi, imbarcatisi bambini in stive di navi cariche di ananas per raggiungere l’Eden e trovatisi catapultati in moderni campi di concentramento, ci riguarda. E ci riguarda non solo come questione morale, ideologica, politica, di coscienza, ma soprattutto perché queste “anime salve” ci svelano il nostro essere ospiti, stranieri in questo mondo, e sempre in bilico tra l’affermazione di noi stessi, della nostra presenza, e l’universo della labilità in cui si è costretti a vivere, dove tutto congiura per l’annullamento e la dissoluzione.
Gli attori della pièce sono proprio loro, gli adolescenti stranieri. E il loro essere attori è la palese rappresentazione che la felicità è una trappola inevitabile, che non risparmia nessuno, né chi è in scena e né chi assiste allo spettacolo. Questo spettacolo pertanto è un percorso offerto alla vita.
Ricercare la sua scena, la sua forma d’arte e di commozione.
Mimmo Sorrentino
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