|
Il G8 di Genova è la metafora che raccontiamo.Non
credo in un teatro 'politico', credo invece nella possibilità
di un teatro civile, in quanto portatore di verità.Genova
rappresenta per me, per gli attori, l'autore, la scenografa, un
appuntamento irrinunciabile con l'essere artisti e l'essere uomini
ora, qui, in questo paese, su questo pianeta.Portare in teatro
questa storia significa ricostruire completamente in noi la necessità
stessa della nostra arte oggi, creare i presupposti perché
la tragedia possa trovare liberamente espressione attraverso di
noi.
Per fare questo non possiamo far altro che ricercare la verità,
la verità nella nostra arte e la verità nel profondo
della materia che trattiamo. Una ricerca fatta su due binari,
che nel nostro lavoro si fondono in un unico pensiero, ed è
per questo che le menzogne di Piazza Alimonda, la repressione
nelle strade, l'assalto alla Diaz, le torture di Bolzaneto offendono
la nostra dignità, fanno a pezzi il nostro senso di giustizia
e impoveriscono i nostri desideri.
Lo spettacolo è la mise en scène di tale
ricerca: incessante, senza pietismo e senza commenti; questa ricerca
ossessiva non può avere ripensamenti, non può avere
punti di vista, non si fanno dibattiti sulla verità; la
sua luce ti attrae fino al baratro, dietro al quale si palesa,
nella sua agghiacciante semplicità. E da lì in poi
(davvero come Edipo) non resta che affrontare la pena e la tortura
della condanna che ci attendeva fin dalla nascita.
Rappresentare questo testo, per me è raccontare la lotta
antica dell'uomo contro la dittatura, contro qualsiasi forma di
dittatura, da quella perpetrata negli scontri di Genova a quella
quotidiana, nascosta e apparentemente meno pericolosa dell'uomo
contro se stesso.
Credo che il G8 si possa riassumere in cinque grandi argomenti.
Quasi ricalcando la struttura dei cinque atti shakespeariani,
il primo racconta di come ambo gli eserciti si stanziarono nei
rispettivi accampamenti e di come l'uno cantò e ballò
in nome di un altro mondo diverso e possibile, portando negli
occhi quella luce, quel sole che difficilmente avrebbe visto un
tramonto; l'altro osservò con fredda circospezione.Quelle
medesime motivazioni, quella stessa smania per la verità,
che già da molto tempo ormai hanno reso possibili le imprese
più straordinarie in tante parti del mondo, ebbene quei
'sogni' scintillavano ancora negli occhi di quei valorosi all'alba
del secondo giorno e per noi secondo atto, ma ben presto ebbero
a dover resistere, ebbero a dover chiedere coraggio a se stessi
e ai loro cavalieri, che cadevano sotto i colpi della repressione.
Questa giornata è la più difficile da raccontare
poiché è la più densa di avvenimenti, di
orari, di immagini, di paura. Questo è l'atto più
propriamente raccontato, più 'narrato' proprio perché
ci sono tanti punti di osservazione e ognuno di loro necessita
una collocazione all'interno di quel caos, che troverà
quiete soltanto nel fragore di quei due spari, nel silenzio di
quella morte. Il giorno e atto successivo si aprono con il rancore
e la paura di quelle trecentomila persone che non sono più
separate in tanti gruppi come ieri, oggi sono un fiume, un enorme
fiume che viene bloccato e fatto straripare. Una giornata che
si avvia verso la sera con troppa lentezza, e ancora con pestaggi
e violenze. Il quarto atto rappresenta ciò che non poteva
essere né atteso né previsto, come la foresta in
Macbeth si anima e pare prendere vita, così con lo stesso
stupore e terrore credo siano stati accolti i massacratori della
Diaz. Di questa notte si sa poco, abbiamo solo un video che ci
fa vedere l'arrivo, ma cosa sia effettivamente successo lo sanno
solo coloro che erano presenti. Certo abbiamo anche, a testimonianza
della tragedia, il sangue, le fratture, le urla di quella notte.
Qui la storia sembra sprofondare nella tenebra del mistero, si
vede sempre meno, e anche la mente sembra non comprendere più
quali siano le logiche che governano l'universo, fino a perdere
completamente coscienza nel quinto e ultimo atto (i fatti di Bolzaneto)
che completa questo viaggio forse catartico (?) all'interno di
ciò che più c'è di oscuro e terrificante
nell'animo umano, ovvero il suo istinto al predominio, alla brutalità,
all'odio.
Filippo Dini
|