Associazione Teatrale Pistoiese/Compagnia Tauma


IL PROCESSO
di F. Kafka


Adattamento e regia di

Andrea Battistini

Scene Carmelo Giammello
Costumi Stela Verebeceanu
Dipinti di Scena  Iurie Matei
Con (in o.a.) Raffaella Azim, Flavio Bonacci, Giovanni Costantino, Elio Crifò, Totò Onnis, Pierluigi Pasino

il processo
Proseguendo il percorso drammaturgico già tracciato ne “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa e in “Cassandra” di C. Wolf ma, e soprattutto, ne “Il Maestro e Margherita” da M. Bulgakov, anche nel caso de “Il Processo” di F. Kafka il desiderio profondo che ha dato vita all’adattamento e alla messa in scena del romanzo è stato quello di raccontare la pagina kafkiana mettendoci al servizio dell’autore, fornendo alla  lettura gli strumenti della messa in scena, dando forma tridimensionale alle straordinarie sequenze dialoganti usando le parti narrate, non occupate dal discorso diretto, sia come una sorta di regia già scritta che andava soltanto eseguita, ma anche non rinunciando a dare voce a passaggi particolarmente poetici, o grotteschi o vorticosamente incalzanti, riflessioni, descrizioni, azioni, ritmi… vocazioni di quel lusso inarrestabile che è la scrittura kafkiana.

“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K. Poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato…”
Processo, incomprensione, senso di colpa, angoscia, solitudine, oppressione, morte. Il protagonista è processato, e poi condannato per una colpa non commessa, ignota, attribuita a se stesso. L’ordine “mosso da potenze misteriose e imperscrutabili viene portata a compimento. K. viene ucciso da due “figuri” come un cane – disse, e fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere”. 
Incastonato dall’inquietante struttura progettata da Carmelo Giammello, (già vincitore dell’Ubu nel 2004 per “L’Avaro” di Moliere, regia di Gabriele Lavia), lo spettacolo si modifica con la rapidità di un montaggio cinematografico. Un elemento claustrofobico del testo si amplifica non tanto in un disegno formale ma nella sua profonda sostanza. Dagli squarci di una pedana – reticolato, dalle pareti, da fori sotterranei, da scale e carrelli mobili,  da bauli, da porte, da passerelle, si materializzano decine di personaggi che ossessivamente sembrano tagliare la strada al protagonista: Josef K. negandogli ogni via di fuga. Un dedalo di  ombre, suoni, volti, corpi, parole, si dipana attorno a K. con una forza centrifuga inarrestabile, fino a triturarlo “come un cane”, dirà. Dal sottosuolo, dall’alto, dai lati della scena, personaggi, musica, oggetti tagliano continuamente lo spazio componendolo e ricomponendolo in situazioni e ambientazioni diverse. Siamo nella “tana” della mente, nel letto di K., nella sua camera, nella pensione che lo ospita poi in strada, in banca, dall’avvocato, lungo interminabili corridoi, nel tribunale e ancora uffici, sgabuzzini, soffitte, sottoscale poi il duomo fino alla cava,  sotto il cielo terso, fino alla fine. A liberarlo, se non dalla colpa almeno dal peso del corpo, in una sorta di pantomima diabolica, il disperato e grottesco auto esilio kafkiano tocca limiti mai raggiunti prima di Kafka e da Kafka stesso.
Le capacità espressive degli attori della Compagnia, assurgono qui ad un parossismo vertiginoso invadendo e modificando lo spazio scenico in una miriade di personaggi e situazioni. Josef 2: la signora Grubach affittacamere, la signorina Burstner coinquilina, le guardie Franz e Willem, l’ispettore, gli impiegati, il direttore della banca, il procuratore, il giudice del tribunale, il guardiano, l’usciere, il pittore e ancora l’avvocato Huld, la sua segretaria Leni, il suo cliente Block, il cappellano, uomini, donne, co-inquilini sconosciuti abitanti degli ambienti del tribunale, della banca… 12 attori moldavi, nella prima fase dell’allestimento, e il cast italiano nella seconda, ad interpretare, in modo quasi naturalistico-cinematografico, il pensiero e le azioni di K. in un impasto visivo e sonoro, chiave espressiva dell’elemento poetico grottesco segnato da Kafka stesso.
E a noi cosa resta:  “la lettura del Processo, libro saturo d’infelicità e di poesia, lascia mutati, più tristi e più consapevoli di prima. Dunque è così, è questo il destino umano, si può essere perseguiti e puniti per una colpa non commessa, ignorata che “il tribunale” non ci rivelerà mai; tuttavia, di questa colpa si può portar vergogna, fino alla morte e forse anche oltre. Ora montare uno spettacolo è più che leggere: da questo lavoro se ne esce come malati: mettere in scena o restarvi invischiati e coinvolti. Ci si fa carico di questo mondo stravolto, dove tute le attese logiche vanno deluse. Si viaggia con Josef K. per meandri bui, per vie tortuose che non conducono mai dove ti aspetteresti. Si precipita nell’incubo dell’ in conoscibile sin dalla prima fase, e ad ogni pagina ci si imbatte in tratti ossessivi: K. è seguito e perseguitato da presenze estranee, da ficcanaso importuni che lo spiano da vicino e da lontano, le camere gremite di costrizione fisica: i soffitti sono bassi, le camere gremite di mobili in disordine, l’aria è sempre torbida, afosa, viziata, fosca; paradossalmente, ma significativamente, il cielo è sereno solo nella spietata scena finale dell’esecuzione. K. è afflitto da contatti corporei gratuiti e fastidiosi; da valanghe di parole confuse, che gli dovrebbero chiarire il su destino e invece lo frastornano; da gesti insulsi;da sfondi disperatamente squallidi.La sua dignità d’uomo è compromessa fin dall’inizio, e poi accanitamente demolita giorno per giorno”.- Primo Levi-
Andrea Battistini



Dalla rassegna stampa

“…prestigiosa versione di Andrea Battistini de Il Processo al Duse … Del romanzo più nero e più enigmatico di Franz Kafka l’adattatore e regista ha dato una traduzione per la scena che si potrebbe dire letterale… Teatralmente questo viaggio dal nero… al nero come negazione di ogni diritto ed ogni perché, viene scandito attraverso una decina di sequenze… come in un imbuto che si chiude: dalle prime, nella camera, nei corridoi della pensione, nella banca dove K lavora (sequenza, quest’ultima, seducente, allusiva, raffinata) nell’atrio dell’avvocato, fino a quelle “inscatolate” dell’imputato civile, del magnifico squarcio delle bambine petulanti attorno al pittore Titorelli, un livido capolavoro di meccanicismi marionettistici e di memorie teatrali del XX secolo, fino agli accessi di livori e di tenebre dei tre quadri finali…Le maschere di Iurie Matei, la scenografia grottesca e allucinata di Carmelo Giammello, costumi e giochi di buio, infine, sono compattati da un disegno registico unitario: citazioni soprattutto dall’espressionismo coevo, molto dal teatro mitteleuropeo di tutto il secolo…”
La Repubblica

“ Tratto dal romanzo di Franz Kafka “Il Processo” è uno spettacolo di grande suggestione soprattutto visiva… La struttura scenica originale (firmata da Carmelo Giammello) diventa anche simbolo perfetto dei contorti itinerari della psiche dominata da incubi e immagine metaforica della impenetrabilità di situazioni, che negano all’uomo  la possibilità di scegliere la propria esistenza.  La rappresentazione, che dura quasi due ore senza intervallo, ha trovato nella regia di Andrea Battistini una compatta coerenza di stile con graduale accentuazione di una cifra grottesca, che usa i toni alterati e il buio per creare una realtà onirica. Lunghi, convinti applausi del pubblico.”
Corriere Mercantile

“…Lo spettacolo ha un avvio realistico a partire dai costumi connotati da Mitteleuropea inizio Novecento, per procedere poi deciso verso la dimensione dell’incubo allucinato, sfiorando e oltrepassando il labile confine tra “luogo” storico-sociale e “luogo” psichico. C’è un impronta di Kantor, le maschere di alcuni attori, le attrici-bambole-marionette, i meccanismi ad incastro della scenografia claustrofobica, e poi quell’atmosfera polifonica di morte che aleggia su tutto e su tutti… Rumori di sinistre catene precedono l’apparire degli attori su un palcoscenico-tribunale dalle infinite porte che si aprono e si chiudono minacciose, sotto la luce a scatti  di lampadine giallastre che evocano le figure deformate dei quadri di Francis Bacon… Tra le sequenze più visivamente potenti, la visita al pittore Titorelli in uno spazio senz’aria soffocato dai bauli, oggetti e bambole-automi dall’andatura sghemba. E ancora la discesa dall’alto dei tre giudici mummie correlativi oggettivi del potere incartapecorito, la punizione delle guardie, e l’accerchiamento dell’imputato da parte di sataniche sirene in giarrettiera e guepiere, in un’atmosfera che evoca il sabba erotico-esoterico di Eyes Wide Shut di Kubrick.”
 Il Secolo XIX

“…la scena progettata da Carmelo Giammello è un interno claustrofobico capace di comporsi e scomporsi rapidamente negli altri luoghi del romanzo grazie ad oggetti di varia natura, che si materializzano dall’alto, dal basso, dalle numerose porte o addirittura squarciando le pareti. Un dedalo di ombre, volti, corpi, parole si dipana così attorno a Josef K. Con una forza centrifuga inarrestabile, decine di personaggi sembrano volergli tagliare la strada, negandogli ogni via di fuga. Una gabbia fisica e mentale, immersa nell’inquietante tappeto sonoro ideato da Paolo Cillerai...”
 Corriere della Sera

“…Per trasformare in materia teatrale la possente architettura letteraria del Processo di Kafka, il regista Andrea Battistini, non nuovo alla frequentazione scenica di grandi romanzi (dal Gattopardo al Maestro e Margherita), ha ben intuito che l’unica strada possibile è quella di lavorare sullo spazio. Trasformandolo da semplice luogo fisico in luogo della mente, metafora visiva dell’angoscia e dell’orrore di un uomo in progressiva discesa negli inferi di una colpa non commessa e di una condanna definitiva… La cupa galleria dei personaggi… si fa danza macabra ora lasciva ora cupa, crudele deformazione grottesca di fantasmi che non lasciano via di scampo, mentre forze oscure e invincibili tessono silenziose la livida ragnatela della colpa e della vergogna.”
La Repubblica

“Un atto unico vibrante, che con sapienza scenica accompagna lo spettatore nell’incubo giudiziario di Josef K…in una successione di quadri scenici perfetti, che trasmettono, attraverso l’impasto di luci, rumori di fondo e la bravura recitativa degli attori il senso dell’angoscia che a poco a poco attanaglia il protagonista…E’ l’ennesima conferma dello spessore artistico raggiunto dal regista massese e dallo staff che lavora insieme a lui: dopo “Cassandra” di Christa Wolf e “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov un altro tentativo davvero ben riuscito di trasformare in teatro le gemme della narrativa dell’est europeo…”
Il Tirreno

“…L’atto unico in poco più di un’ora e mezza ha dato forma scenica alla pagina kafkiana, esaltandone la scrittura…Per Andrea Battistini e la Compagnia si è trattato dunque di un’altra prova maiuscola: l’ennesima testimonianza di una maturità artistica ormai di livello assoluto…”
La Nazione


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