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Associazione Teatrale Pistoiese/Teatridithalia
IL VANTONE
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| di |
Pier Paolo Pasolini da Plauto |
| con |
Francesco Feletti, Massimo Grigò, Roberta Mattei, Michele Nani, Nicola Rignanese, Roberto Valerio |
| regia |
Roberto Valerio |
| scena |
Giorgio Gori |
| Costumi |
Lucia Mariani |
| luci |
Emiliano Pona |
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Un’altra strada
che mi si è aperta è quella del teatro:
cioè ad un certo momento
ho pensato che di tutti i mezzi di massa,
l’unico che non avrebbe mai potuto
essere tale era il teatro, perché il teatro
non si può riprodurre in serie....
ogni sera questo rito si riproduce
nella sua fisicità cioè nella sua verginità.
E per quanto grande sia il numero
degli spettatori, questo numero
non va mai a coincidere con quel numero x
che è la massa...questo teatro sarebbe stato...
un atto di protesta attiva, dinamica,
contro la cultura di massa.
Pier Paolo Pasolini
Appunti per la regia
Il Vantone è la Roma dei raggiri, delle truffe, degli espedienti per sopravvivere, della lotta per riuscire a mangiare, dell’eterna lotta tra padrone e servo, o meglio tra signori e morti di fame…
È la Roma di borgata, Pietralata o il Prenestino, dove “la gente viveva nelle baracche- tuguri costruite sulla polvere brecciolosa e sparsa di sporcizie e di rifiuti (…) con “intorno zella e sole, sole e zella (…), come una specie di città indigena con un odore così forte di
merda di fogna che accorava…”
È la Roma allegra del mascherino (garzone del fornaio) che “una volta era sempre, eternamente allegro: un’allegria vera che gli sprizzava dagli occhi. Se ne andava in giro per le strade fischiettando e lanciando motti. La sua vitalità era irresistibile. Era vestito molto poveramente: i calzoni rattoppati e addirittura spesse volte la camicetta uno straccio. Però tutto ciò faceva parte di un modello che nella sua borgata aveva un valore, un senso. Ed egli ne era fiero. Al mondo della ricchezza egli aveva da opporre un altro mondo altrettanto valido. Giungeva nella casa del ricco con un sorriso naturaliter anarchico che screditava tutto…(…)
È la Roma degli sbruffoni, dei raccontaballe, dei vantoni da bar che raccontano mirabolanti avventure prendendo spunto da piccoli episodi a volte pure inventati, di “quelli che se credeno capoccia, e a casa la moje je spacca la capoccia”…..
È la Roma musicale del dialetto. “Non avevo automobile quando scrivevo in dialetto ( prima in friulano, poi in romano). Non avevo un soldo in tasca e giravo in bicicletta. Non si trattava solo di povertà giovanile. E in tutto il mondo povero intorno a me, il dialetto pareva destinato a non estinguersi che in epoche così lontane da parere astratte. L’italianizzazione dell’Italia pareva doversi fondare su un ampio apporto dal basso, appunto dialettale e popolare ( e non sulla sostituzione della lingua pilota letteraria con la lingua pilota aziendale, com’è poi avvenuto). Fra le altre tragedie che abbiamo vissuto in questi ultimi anni, c’è stata anche la tragedia della perdita del dialetto, come uno dei momenti più dolorosi della perdita della realtà (…).
È la Roma delle canzoni popolari romanesche , la Roma dei cantanti e dei compositori romani, la Roma degli stornelli e degli stornellatori alla maniera del Sor Capanna...... “
E soprattutto è la Roma dell'avanspettacolo negli anni del dopoguerra “Qualcosa di vagamente analogo al teatro di Plauto, di così sanguignamente plebeo, capace di dar luogo ad uno scambio altrettanto intenso, ammiccante e dialogante, fra testo e pubblico, mi pareva di poterlo individuare soltanto nell'avanspettacolo....Il mobilissimo volgare insomma, contagiato dalla volgarità, direi fisiologica, del capocomico...... della soubrette.....”
Roberto Valerio |
| Foto di Francesca Pagliai |
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