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Il Pessina, lo sanno quelli della "Garibaldi", della
"Villapizzone", di tutte le altre squadrette rivali,
è il più forte e diventerà un campione, c'è
da scommetterci.
È vero lavora al distributore del signor Gino, ma ancora
per poco. Quelli della "Bianchi" gli hanno messo gli
occhi addosso.
E se vince alla " Milanesi" e poi ancora all'"Olona"
le prossime due gare, magari con un bel distacco, di sicuro lo
mettono in squadra tra i professionisti, tra le divinità
del " Giro", che una corsa sì e l'altra anche
finiscono sempre sulla "Gazzetta".
Basta distributore, minestre riscaldate, gabinetto nel cortile
e povertà.
Il successo, il cambio di marcia è lì, a portata
di mano come il codino di pelo di una giostra, basta essere più
veloci degli altri e oplà, è fatta, diventa tutto
un giro di regalo. Ma il giorno della " Milanesi" il
Pessina non sta bene, c'ha mal di pancia.
Il Consonni, che non è proprio un Dio ma quasi, l'ha capito
e, chissà perché, tirata la fuga al Pessina, staccato
il gruppo di nove minuti, invece di amministrare la gara a vantaggio
del capitano, continua a "tirare" come se volesse vincere
lui la corsa, per una volta stanco di fare il servo. " Mola,
troia" gli grida il compagno, ma lui niente, si butta in
pendenza alla disperata verso il traguardo di Como. Ed è
così che il Pessina raccogliendo le ultime forze gli si
fa sotto in discesa e, di proposito, in un tornante, lo butta
fuori strada. Il Consonni cade, si spacca la testa e resta lì,
quasi morto, stupido per tutta l'eternità. Fine della corsa.
Nessuno ha visto, nessuno ha sentito. Il Pessina ha vinto anche
questa volta, è proprio imbattibile. Peccato per il Sergio,
ma il Pessina giura che lui gliel'aveva detto, aveva anche cercato
di fermarlo, purtroppo non c'era riuscito, quello si era buttato
giù dalla ripa come un dannato, poi su quella curva quel
sasso, quel sasso maledetto. E' la versione ufficiale. E così
al Pessina la strada verso il successo gli si apre davanti diritta
e plastica. Certo ha un po' di rimorso per aver mezzo ammazzato
il compagno, ma l'importante è stracciare gli altri, arrivare
al " Giro", finire in prima sulla "Gazzetta".
Cosa che, sicuro come l'oro, succederà. Infatti, puntuale,
con un nuovo gregario più addomesticabile, il Pessina vince,
solitario, anche all'"Olona". Chi se ne frega se il
Consonni rimane scemo per tutta la vita, sono cose che a un Dio,
anche se solo di Roserio (ma per il momento, poi si vedrà)
gli interessano mica tanto.
È uno spaccato quello che Testori ci da dell'Italia padana,
nel racconto lungo Il dio di Roserio, di tragicomico crudele
spessore. In un impasto potente di lingua e dialetto, miscelando
suoni, odori, cadenze, profumi, colori, incubi, anime e corpi,
in una realtà dove interno ed esterno si confondono in
maniera inestricabile e naturalmente sperimentale, lo scrittore
ci restituisce, insieme al clima esatto di un'epoca anche e soprattutto
la visione critica e profetica di una società dove quello
che conta è solo arrivare prima degli altri. Come non importa.
Gli scrupoli, si sa, non fanno parte, per privilegio di storia
e di anagrafe, delle giovani società e dei giovani uomini.
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