IL SOLE DORME
di Sonia Antinori
(Premio Riccione Teatro 1995)
con

Ilaria Occhini, Antonio Casagrande,
Barbara Valmorin, Mascia Musy, Mauro Malinverno, Beatrice Visibelli

regia
Cristina Pezzoli
scene e costumi
Rosanna Monti
luci
Emiliano Pona
foto
Andrea Annessi Mecci
debutto
Pistoia, Teatro Manzoni - 16 aprile 2004

  NOTE AL TESTO
Per molto tempo il motto illuminista - "Il sonno della ragione genera mostri" - e la sua variazione contemporanea - "Il sonno dell'amore genera mostri" - hanno accompagnato le mie considerazioni sulla natura dei rapporti tra esseri umani. Nonostante questo Il sole dorme non è nato da una concezione razionale, ma è piuttosto germinato tematicamente a mia insaputa, mentre mi gingillavo con l'ipotesi che un personaggio potesse essere tutto contenuto nei respiri (brevi o ampi) e nelle parole. Così è nata Emma, madre dei due giovani protagonisti e di tutto il testo, che vagamente si ispirava alle minacciose figure femminili di un'immaginario germanico novecentesco da Brecht a Fassbinder, fino a Schwab. La vicenda familiare si è dipanata intorno al viluppo linguistico della protagonista, realistico riverbero di un'identità nazionale resa molteplice dall'erranza, oltre che metafora dello spaesamento umano in un mondo sistematizzato dalle regole.

Suo marito Joseph è la vittima designata di un gioco amoroso che si nutre di fragilità più che di condivisioni, la vicina Rena l'ultima maschera al servizio della convenzione sociale, i figli Holger e Birke, gli avventurieri di un mondo interiore segnato dal dolore, che solo attraverso la consumazione di un crimine possono ambire a un'emancipazione dalla famiglia, equivalente, foss'anche momentaneo di una liberazione dalla Storia. Tutte queste figure, a cui fa da contrappunto la signora Chaja nel suo atemporale delirio, si dibattono sotto una coltre di sentimenti misconosciuti, inconsapevoli marionette di un teatrino dell'odio e dell'amore, in cui persino la pietà è addomesticata dai riti. Mostri deformati dalla sofferenza fisica o mentale, fenomeni del baraccone del Novecento, eredi di una stirpe lacerata dall'ambizione, destinati alla solitudine e al vagabondaggio se non a una morte per consunzione, i personaggi de Il sole dorme sono solo apparentemente ancorati a un'area geografica a noi estranea: sono piuttosto i fratelli in cui riconoscersi, gli specchi in cui riflettere quella paura dell'altro che ognuno di noi conosce e che è sempre, inevitabilmente, paura di se stessi.
(Sonia Antinori)

"In una livida Germania fassbinderiana un quartetto famigliare di immigrati lituani si incontra con la solitudine della vedova di un defunto gerarca nazista, persa in una smemorata follia. I differenti regimi repressivi (da cui gli uni e l'altra sono usciti) hanno segnato queste vite, visitate dalla malattia e dalla diversità (e con maggiore evidenza la famiglia protagonista, tirannicamente dominata dall'ignoranza di una madre, che vincola i propri congiunti ad una regressione impotente). Accanto all'odio che unisce queste povere esistenze, nasce tra le vittime una tenerezza pietosa che conduce alla complicità; ma la liberazione finale dei figli dovrà passare attraverso l'incesto e il delitto, oltre che per la negazione della famiglia e cercare una possibile sopravvivenza all'esterno, nella durezza delle nuove realtà" (dalla motivazione della giuria presieduta da Franco Quadri).



Appunti di viaggio nella messinscena de Il sole dorme

di Cristina Pezzoli


Invenzione linguistica
Nel Sole dorme c'è un'invenzione linguistica straordinaria, centrata sul tema della famiglia, una famiglia malata in cui tiranneggia una sorta di madre-ragno, di una specie cattiva che si mangia tutti, e che impedisce ai figli di diventare grandi. La ricaduta di questa tirannia investe soprattutto i due figli: il figlio il maschio, un anoressico che rifiutando il cibo rifiuta la madre, rifiuta la vita, perché ha paura di vivere, ha paura di uscire, infatti sta sempre a letto e non mangia; e la figlia femmina, la sorella, che rinuncia in qualche modo alla possibilità di vivere, di uscire, di andare a ballare o di fidanzarsi, rinuncia cioè a fare cose normali, fa solo un lavoro di assistenza a una vecchia per portare qualche soldo in più in casa, peraltro, soldi gestiti completamente dalla madre.

Spaccato storico e linguaggio antinaturalistico
I protagonisti del Sole dorme fanno parte di una famiglia di lituani di lingua tedesca che vivono in una dimensione storica che riassume i due totalitarismi che hanno contraddistinto il Novecento. Infatti, lo sfondo - anche se di secondo piano - su cui si muovono questi sei personaggi è, da un lato, quello della Russia stalinista, e, dall'altro, quello del nazismo, perché, lentamente, si scopre che il marito della vecchia era stato un gerarca nazista.
Di particolare interesse risulta lo sguardo calato nell'invenzione linguistica, soprattutto per quello che riguarda il linguaggio della madre, assolutamente non naturalistico. La vicenda è molto reale, o meglio, la vicenda è ambientata in una situazione piuttosto reale, ma con un linguaggio costruito sull'affastellamento di immagini, che ricorda quello di uno straniero quando si mette a parlare in un'altra lingua, oppure come si fa nel dialetto. Il risultato è un linguaggio teatralmente molto potente, molto evocativo.

Dimensione notturna e adolescenza infinita
Il sole dorme è un titolo fin troppo esemplificativo: il "sole" - il padre - "dorme" - è assente. Assenza di un padre: vale a dire, un padre debole, un padre "femminile", che non è riuscito ad imporre la sua figura anche dal punto di vista simbolico, archetipico. In contrapposizione, c'è lo strapotere della madre, lo strapotere del femminile all'interno della famiglia che ha portato con sé una sorta di adolescenza infinita dei due figli, due ragazzi in qualche modo rattrappiti.
Gli attori che interpretano Birke e Holger li ho scelti un po' più vecchi rispetto all'età indicata dall'autrice, perché mentre Sonia Antinori li immaginava come dei venticinquenni, io li ho scelti volutamente trentacinquenni, anzi, quasi quarantenni; perché mi interessava soprattutto l'aspetto "infantile" dei due figli che non riescono ad uscire dalla casa. Gli attori devono, infatti, rispondere all'idea di due figli adulti che non riescono a staccarsi dalla famiglia e quando riusciranno a farlo lo faranno solo con un gesto estremo, l'omicidio della vecchia Chaja.

Linguaggio simbiotico dei figli
Vivere una dimensione notturna porta con sé un linguaggio simbiotico con il quale i due fratelli si proteggono da questa famiglia "non riuscita". Per loro immagino una serie di scene che si svolgono come se fossero sempre di notte, non una notte fisica ma una notte simbolica in cui i due fratelli si relazionano e si cotruiscono una sorta di mondo parallelo completamente immaginario. Qui fingono di essere altri da quelli che sono e utilizzano una sorta di paradigma teatrale per staccarsi da se stessi, ecco perché si inventano delle entità in cui ognuno immagina di essere altro; è quasi un gioco con regole non completamente chiare. Grazie a questa forma di affabulazione i due fratelli si proiettano in una vita immaginaria che fa venire in mente un gioco estremamente infantile; ma una cosa è fingersi "altro" da bambini, un'altra è continuare anche in età adulta; qui il gioco si trasforma in una forma di patologia al punto da comportare anche implicazioni di tipo incestuoso tra i due fratelli. Infatti, non essendo cresciuti compiutamente, anche tutto il loro erotismo si chiude in questo cerchio a due fino ad arrivare al paradosso dell'omicidio finale.

Malattia fisica e morale
Un altro elemento di particolare interesse è la "malattia" che serpeggia lungo l'intera storia: tutti sono in qualche modo malati, o dal punto di vista morale, dell'animo, o dal punto di vista fisico. Il padre, che è stato per tutta la vita un operaio, viene colpito da un ictus e finisce, senza più poter parlare, preda di questo ragno, cioè della moglie che sembra felice della malattia del marito perché finalmente si chiude il cerchio del possesso. E poi c'è Chaja con l'Alzeimer. Ciò che mi colpisce di questa concentrazione di malattie non è l'aspetto patologico, ma il filo di ineluttabilità che le lega. E' come se la storia rimanesse sullo sfondo e le persone, strappate dalle radici della storia, si chiudessero in una sorta di implosioni personali che portano a esiti di avvitamento, di malessere, di malsanità. Sembrano schegge sputate dalla storia. E' emblematica in tal senso una frase pronunciata da Emma - la madre - alla figlia curiosa di conoscere la vera storia del marito di Chaja, il nazista: "ma che ti credi - la aggredisce a un certo punto del dialogo - che uno se lo sceglie il destino che ha? Chi era di là era rosso e chi era di qua era nero". Questa affermazione la trovo eccezionale nel senso che esclude una scelta tra l'essere dentro a un mondo o dentro a un altro: spesso un individuo vive nell'impossibilità di determinare cambiamenti rispetto alla realtà nella quale vive.

Criteri nella scelta degli attori
La scelta degli attori è stata sicuramente condizionata dalla potente invenzione linguistica del testo che richiede una grande capacità interpretativa. Spesso, per testi che contengono una grande invenzione linguistica c'è il rischio di cadere nel formalismo e di seguire una ricerca in qualche modo fine a se stessa. L'importante è riuscire a dare la reale fondazione interiore di questa lingua. D'altronde, bisogna considerare che quando l'autrice ha cominciato a scrivere questo testo - basandosi sulla vicenda di una famiglia che realmente conosceva - era colpita soprattutto dal suono che produceva questa lingua, un suono che poi ha trasformato e trasfigurato in qualche modo nella lingua italiana.

Lavorare con un autore vivente
La bellezza del lavoro con un autore vivente è che si può, passo passo, cercare di mettere a fuoco le cose che nascono. Nel Sole dorme alcuni passaggi che potevano risultare un po' affrettati vengono rivisti e riscritti così da mettere in luce gli aspetti più importanti.
Nelle nuove scene, quelle che l'autrice ha scritto oggi, si sente che sono passati dieci anni. Mentre la ricerca che c'è sul linguaggio di Emma è una ricerca interessante che però si costruisce pressoché sui monologhi, nelle nuove scene il livello immaginifico passa attraverso un meccanismo dialogico. E' come se la prima scrittura fosse stata in qualche modo fatta su un tavolo di laboratorio: "smonologa" per un quarto d'ora con un linguaggio anche bellissimo, ma più freddo; ricorda certi testi di Tarantino dove la lingua è costruita anche sulla riproduzione di un suono.


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