Associazione Teatrale Pistoiese


LE VEGLIE DI NERI
Di Renato Fucini


drammaturgia e regia Massimo Grigò
con Massimo Grigò

Quando una persona espone a voce o per iscritto, per lo più con intonazione familiare, uno o più fatti, veri o inventati, che abbiano carattere di continuità, si dice che racconta. Il racconto si dà nella sua completezza comunicativa quando ad ascoltare c’è almeno una persona. Tra chi racconta e chi ascolta s’instaura un nesso di comunicazione: questo nesso è la base del teatro, il suo nucleo intimo e attivo.
Massimo Grigò, raccontando Renato Fucini, pone l’accento sul teatro come lingua di relazione, di scambio, di interazione emotiva e, possibilmente, razionale. L’attore analizza l’atto stesso del narrare confrontandosi con Renato Fucini, la cui lingua è patrimonio comune a quella degli spettatori.Lo spettacolo vorrebbe essere una rievocazione delle veglie che si tenevano in terra di Toscana prima che l’esecrabile avvento della televisione costringesse gli abitanti dei molti e ridenti paesi di questa regione a stare chiusi in casa dinanzi al teleschermo… in silenzio.

Lo spettacolo inizia con un’introduzione dell’attore riguardante alcuni cenni biografici su Renato Fucini e il suo mondo fatto di cacciatori, preti crapuloni, medici dalla dubbia professionalità, pettegole di paese e altri, con tutto un contorno di rivalità,invidie e maldicenze argute che costituiscono il DNA di ogni toscano (di ieri,di oggi ,di domani…). Delle “Veglie di Neri” sono state scelte quelle a carattere prettamente comico tralasciando le altre che narrano, quasi in stile verista, di disgrazie, di malattie e malaria, di miseria ed emigrazione…(non è questa l’immagine che i media e gli stessi toscani amano dare al resto del mondo…). Pertanto, nei racconti scelti, si narra di campagne assolate,di tramonti autunnali, di vigne, di cipressi, di olivi, di cacciate nel padule, di racconti “al canto del foo”, di arrosti, di vini e ballotte. La società che il Fucini rappresenta nelle Veglie, non è quella industriale, cittadina o metropolitana, ma è una “geografia” locale fatta di paesi: una specie di Far West etrusco dove troviamo i derelitti e i poveri, i matti e i signori, le signorine invecchiate con “le ‘arze attaccate alle porpe”, i contadini, i barrocciai, il piovano e lo speziale.
Tra una veglia e l’altra vengono letti alcuni sonetti tratti dalla raccolta “Cento sonetti in vernacolo pisano” tutti a carattere comico e con forti agganci all’attualità.
Il tutto commentato (…si spera in maniera altrettanto arguta e sagace…) dall’attore. Uno spettacolo che permette di conoscere un autore troppo spesso liquidato dalla critica letteraria come bozzettistico.

MASSIMO GRIGO’

Dopo il diploma alla Bottega teatrale di Firenze diretta da Vittorio Gassman e dopo essersi specializzato con insegnanti come Bruno De Franceschi, Vincenzo Cerami, Nicola Piovani e Maurizio Balò, dal 1988, anno del suo debutto, si è dedicato quasi esclusivamente al teatro seguendo due distinti percorsi che, in alcuni casi, si sono intrecciati. Il primo si è sviluppato nell’ambito del teatro di ricerca, Dramma per pazzi di Gordon Craig regia Gianfranco Pedullà rappresenta il suo debutto in teatro. Poi incontra Remondi e Caporossi con cui ha lavorato continuamente per sei anni e successivamente entra a far parte della compagnia Lombardi-Tiezzi con cui realizza Scene di Amleto (progetto triennale), Arcadia di Tom Stoppard per Radio Rai e Amleto.
Con Barbara Nativi ha preso parte allo spettacolo Carezze di S. Belbel e a varie edizioni di Intercity Festival. H lavorato ne La Tempesta, Opus Florentium (testo di Luzi) e Un poeta in fuga (da Roberto Carifi), regia di Giancarlo Cauteruccio. Il secondo percorso è maturato dall’incontro con Angelo Savelli e i suoi lavori sul recupero e la valorizzazione della cultura e della lingua della tradizione toscana (Machiavelli, Aretino, Boccaccio, Emma Perodi, Augusto Novelli). In questo percorso importanti sono state le collaborazioni con Ugo Chiti e l’Arca Azzurra (Allegretto per bene…ma non troppo) e artisti del calibro di Marisa Fabbri e Carlo Monni in Gallina vecchia, e Giovanni Nannini ne La Mandragola regia Gianpiero Solari. Con Monni si è creato un connubio artistico che ha portato alla realizzazione di vari spettacoli. Esperienze importanti sono state anche quelle nell’ambito del teatro musicale per la regia di Angelo Savelli: La danza delle libellule di Lehar e Il ritorno del turco in Italia da Rossini. Nel cinema ha lavorato con i fratelli Taviani in Fiorile e Le affinità elettive; ha recitato inoltre a fianco di grandi nomi come Sandro Lombardi, Milena Vukotic, Dominique Sanda, Isabelle Huppert, Fabrizio Bentivoglio, Anna Bonaiuto, Jean Hughes Anglade.


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